Studiare il codice genetico della vita: la carriera scientifica di Maria Elisabetta Savoia tra Italia e Stati Uniti
Di Davide ChiossiLa storia scientifica di Maria Elisabetta inizia nel Sud Italia, lontano dai grandi centri internazionali della ricerca, ma guidata fin dall’inizio da una curiosità profonda verso il linguaggio nascosto della vita: il DNA e le proteine. Durante gli anni di formazione, due figure della scienza italiana diventano per lei un riferimento ideale, Rita Levi-Montalcini e Renato Dulbecco. Le loro biografie accendono una convinzione destinata a guidare le sue scelte: dedicarsi allo studio dei geni e delle malattie genetiche.
Il primo passo concreto avviene a Roma, nel laboratorio di Genetica Medica diretto dai professori Giuseppe Novelli ed Emiliano Giardina. Qui Maria Elisabetta entra per la prima volta nel cuore della ricerca molecolare. Non solo apprende le tecniche di laboratorio usate per diagnosi prenatali come la trisomia 21, ma contribuisce anche alla messa a punto di un protocollo che mappa due diversi polimorfismi genetici (Cx26 e M34T).
Attraverso l’estrazione del DNA da sangue periferico e l’analisi delle sequenze genetiche, continua a domandarsi, come quei tre miliardi di coppie di basi che intrecciano la doppia elica del DNA riescano a riconoscersi perfettamente, come se custodissero un codice, capace di orientare il destino di ciascuno.
Parallelamente, nel laboratorio di ematologia, partecipa all’ottimizzazione della tecnica Mirasol, una procedura che sfrutta la riboflavina (vitamina B2) e la luce ultravioletta per inattivare patogeni nelle componenti del sangue destinati alle trasfusioni. Questa procedura, marcata CE, ha come obiettivo la riduzione del rischio di contaminazioni dovuti a sangue infetto ed una maggiore sicurezza trasfusionale.
Dopo la laurea, Maria Elisabetta prosegue il suo percorso attraverso diversi tirocini volontari in Italia. Durante l’esperienza nel laboratorio analisi di Crotone e successivamente al Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma, rafforza le sue capacità analitiche lavorando in ambienti clinici complessi, dove la precisione del dato di laboratorio è essenziale per supportare la diagnosi e la ricerca medica.
Queste esperienze diventano la base per il passo oltreoceano: il trasferimento negli Stati Uniti d’America. Qui entra a far parte del prestigioso laboratorio del Mount Sinai Hospital di New York, come Associate Researcher, sotto la supervisione della dottoressa Francesca Stillitano, collaborando allo sviluppo del primo topo transgenico per lo studio di una cardiomiopatia associate alla mutazione genetica PLN; lavoro che le è valso la prima pubblicazione su Cardiovascular Research (2022).
In seguito viene promossa ad Associate Researcher II nel dipartimento di Genetic and Genomic Science sotto la guida della dottoressa Alison Goate. E’ qui che lavora ancora oggi a progetti di ricerca che hanno un eco internazionale, per comprendere a pieno i meccanismi molecolari e genetici che sono alla base della neurodegenerazione cellulare.
Dalle prime esperienze nei laboratori italiani fino ai progetti di ricerca a New York, il percorso di Maria Elisabetta racconta una traiettoria costruita con impegno, curiosita’, disciplina e rispetto per la scienza. Una storia che dimostra come la ricerca scientifica non nasca da un colpo di fortuna, ma da una decisione ripetuta ogni giorno: continuare a farsi domande, continuare a studiare e cercare risposte nel codice silenzioso dei geni.
Davide Chiossi, 25 Marzo 2023



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